Storia del pensiero sociologico. Le origini


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Storia del pensiero sociologico l. Le origini

A cura di Alberto Izzo

il Mulino

Serie di sociologia

Copyright © 1974 by Società editrice il Mulino, Bologna. CL 27-0822-1

Storia del pensiero sociologico

l. Le origini

a cura di Alberto lzzo

Società editrice il Mulino

Bologna

Indice

Introduzione, di Alberto Izzo

p.

11

PARTE PRIMA: IL PENSIERO SOCIALE NEL PERIODO DEL­ L'ILLUMINISMO: MoNTESQUIEU, RoussEAU, FER­ GusoN

27

Introduzione I.

II.

Charles-Louis de Secondat barone di Montesquieu

37

l.

37

Leggi fisiche, diritto naturale e leggi positive 2. Le diverse forme di governo, i loro principii e le loro possibilità di corruzione 3. Lo spirito in generale e il relativismo sociale 4. Il condizionamento economico 5. LibertÌI e divisione dei poteri

39 43

Jean-Jacques Rousseau

49

l. Lo stato di natura e la sua corruzione 2. Il contratto sociale 3. Libertà e sovranità di tutti attraverso il contratto sociale

54 56

III. Adam Ferguson

dall'azione umana 3. La divisione del lavoro e le sue conseguenze 4. Subordinazione politica ed economica e libertà 5. Socialità e corruzione

49

59

l. L'uomo come essere sociale 2. Le istituzioni come risultato non coscientemente

44 45

voluto

59 62

65

68

71

6

Indice

PARTE SECONDA: FILOSOFIA POSITIVA SAINT-SIMON, CoMTE, SPENCER

E

SOCIOLOGIA:

Introduzione I.

75

Claude-Henri de Saint-Simon

93

1. La società: come organismo

93 95 96

2. Il positivismo

3. Socialismo e anarchia

4.

IL

p.

Passaggio dal sistema feudale e teologico al sistema industriale e scientifico 5. La classe dei proletati 6. Il nuovo cristianesimo

1 O2 111 113

Auguste Comte

1 17

l.

La legge dei tre stadi

117

rivoluzionarie e anarchiche

121 13 O 131 135 1 39 141 143 144

2 . Critiche politiche alle concezwru reazionarie e a quelle

3 . Per la libertà scientifica, contro l'arbitrio

4. Individuo e famiglia 5 . Divisione del lavoro 6 . Necessità e naturalità del potere centrale 7. Superiorità della razza bianca 8. L'era feticista 9. Passaggio dal feticismo a1 politeismo 10. Il potere politico dall'era feticista all'era politeista. Dalla vita militare alla vita industriale 11. Il passaggio dal politeismo al monoteismo 12. Necessità e ttansitorietà dello stadio metafisico 13. Maggiore complessità e posizione preminente della sociologia nella gerarchia delle scienze 14. La religione come fattore di integrazione sociale

III. Herbert Spencer l.

Organismo individuale e organismo sociale

2. Strutture e funzioni sociali

3. Il principio dell'evoluzione sociale Società militare e società industriale 5 . Religione e società 6. Divisione del lavoro e condizione dei lavoratori 7. Critica del socialismo

4.

14 9 153 156 157 159 i67 167 172 178 179 19 5 199 202

Indice

7

PARTE TERZA: DALLA FILOSOFIA DIALETTICA AL MATE· RIALISMO STORICO: HEGEL, PROUDHON, MARX E EN­ GELS

Introduzione I.

p. 209

Georg Wilhelm Friedrich Hegel

229

l. La conoscenza come processo dialettico 2. La storia come processo dialettico e realizzaz ione della libertà umana

229

3. La conoscenza come mediazione culturale

232

4 . I l condizionamento sociale del pensiero

5. Individuo e società civile

233

8. La storia universale come processo dialettico

234 240 241 243

Pierre-Joseph Proudhon

249

l. Perché la proprietà è un furto 2. Anarchia e scienza

3. Critica dell'economia politica e della divisione capitalistica

249 251 255

4. Il lavoro come realizzazione dell'uomo 5. La società come realtà sui generis

259 260

6. L'opinione pubblica

7. Proprietà, lavoro astratto, classi sociali

II.

231

del lavoro

6. L'idea di giustizia e la critica al potere centralizzato e al liberalismo economico

7. Il sistema federativo

III. Karl Marx e Friedrich Engels l. Tesi su Feuerbach

2. L'alienazione del lavoro

3. Il problema dell'ideologia 4. La concezione materialistica della storia 5. Rapporti tra uomini e rapporti tra cose

6. Classe in sé e classe per sé 7. La dittatura del proletariato··

'

8. A proposito di Saint-Simon

9. Il significato implicitamente rivoluzionario della dialettica

di Hegel

262 270 275 275 277 293 309 321 330 33 3 337

339

8

Indice

PARTE QUARTA: LE ORIGINI DELLA PSICOLOGIA SOCIALE: TA RDE Introduzione

l.

p. 345

Gabriel Tarde

349

l. La società come fatto di imitazione 2. Imitazion.e e progresso sociale 3. Realtà e apparenza dei mutamenti politici

349 3 55 358

PARTE QUINTA: LE PRIME CRITICHE FILOSOFICHE E LA RICERCA DI NUOVI FONDAMENTI: DILTHEY, WINDELBAND

379

Introduzione

365

l.

Wilhelm Dilthey

375

l.

375

Scienze della natura e scienze dello spirito 2. Critica della sociologia positivista e della filosofia della storia 3. Individuo e società 4. I fondamenti del relativismo culturale

Il.

382

3 85

Wilhelm Windelband

387

l.

387 390

Scienze nomotetiche e scienze idiografiche 2. I valori nella conoscenza storica

Notizie sugli autori

395

Indicazioni bibliografiche per ulteriori approfondimenti

409

Introduzione

Introduzione

di Alberto lzzo

Piove quotidianamente su di noi una massa di manifestazioni di sfiducia nei confronti della «teoria». Da un lato ci si dice che la «teoria'» è inutile alla > e « unico », si ribellano ad essa. Queste condi­ zioni di vita preesistenti in cui le varie generazioni vengono a tro­ varsi decidono anche se la scossa rivoluzionaria periodicamente ri­ corrente nella storia sarà o no abbastanza forte per rovesciare la base di tutto ciò che è costituito, e qualora non vi siano questi elementi materiali per un rivolgimento totale, cioè da una parte le forze produttive esistenti, dall'altra la formazione di una massa rivoluzionaria che agisce rivoluzionariamente non solo contro al­ cune condizioni singole della società fino allora esistente, ma con­ tro la stessa « produzione della vita » come è stata fino a quel momento, la « attività totale » su cui questa si fondava, allora è del tutto indifferente, per lo sviluppo pratico, se l'idea di questo rivolgimento sia già stata espressa mille volte: come dimostra la storia del comunismo. Finora tutta la concezione della storia ha puramente e sempli­ cemente ignorato questa base reale della storia oppure l'ha consi­ derata come un semplice fatto marginale, privo di qualsiasi legame con il corso storico. Per questa ragione si è sempre costretti a scri­ vere la storia secondo un metro che ne sta al di fuori ; la produ­ zione reale della vita appare come qualche cosa di preistorico, men­ tre ciò che è storico, inteso come qualche cosa che è separato dalla

Marx e Engels

309

vita comune, appare come extra e sovramondano. Il rapporto del­ l'uomo con la natura è quindi escluso dalla storia, e con ciò è creato l'antagonismo fra natura e storia. Questa concezione quindi ha visto nella storia soltanto azioni di capi, di Stati e lotte reli­ giose e in genere teoriche, e in ogni epoca, in particolare, ha do­ vuto condividere l'illusione dell'epoca stessa. Se un'epoca, per esempio, immagina di essere determinata da motivi puramente « po­ litici » o « religiosi », benché « religione » e « politica » siano sol­ tanto forme dei suoi motivi reali, il suo storico accetta questa opinione. L'« immagine », la « rappresentazione » che questi deter­ minati uomini si fanno della loro prassi reale viene trasformata nell'unica forza determinante e attiva che domina e determina la prassi di questi uomini. Se la :forza rozza in cui la divisione del lavoro si presenta presso gli indiani e gli egiziani dà origine presso questi popoli al sistema delle caste nello Stato e nella re­ ligione, lo storico crede che il sistema delle caste sia la potenza che ha prodotto quella rozza forma di società. [Estratto da: L'ideologia tedesca, Roma, Editori Riuniti, 1971, 7-1 3, 18-25, 26-27, 29-31 . ]

pp.

34,

4 . La concezione materialistica della storia La storia di ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte di classi. Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in breve, oppressori e op­ pressi, furono continuamente in reciproco contrasto, e condussero una lotta ininterrotta, ora latente ora aperta; lotta che ogni volta è finita o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta . la società, o con la comune rovina delle classi in lotta. Nelle epoche anteriori della storia troviamo quasi dappertutto una completa articolazione della società in differenti ordini, una molteplice graduazione delle posizioni sociali. In Roma antica ab­ biamo patrizi, cavalieri, plebei, schiavi; nel medioevo signori feu­ dali, vassalli, membri delle corporazioni, garzoni, servi della gleba, e, per di piu, anche particolari graduazioni in quasi ognuna di queste classi. La società borghese moderna, sorta dal tramonto della società feudale, non ha eliminato gli antagonismi fra le classi. Essa ha soltanto sostituito alle antiche, nuove classi, n_uoy6 ;cdhdizi oni di oppressione, nuove forme di lotta. ' La nostra epoca, l'epoca della :borghéià, si distingue però dalle .

.

'

.

310

Dalla filosofia dialettica al materialismo storico

altre per aver semplificato gli antagonismi di classe. L'intera so­ cietà si va scindendo sempre piu in due grandi campi nemici, in due grandi classi direttamente contrapposte l'una all'altra: borghesia e proletariato. Dai servi della gleba del medioevo sorse il popolo minuto delle prime città; da questo popolo minuto si svilupparono i primi ele­ menti della borghesia. La scoperta dell'America, la circumnavigazione dell'Africa crea­ rono alla sorgente borghesia un nuovo terreno. Il mercato delle Indie orientali e della Cina, la colonizzazione dell'America, gli scambi con le colonie, l'aumento dei mezzi di scambio e delle merci in genere diedero al commercio, alla navigazione, all'industria uno slancio fino allora mai conosciuto, e con ciò impressero un rapido sviluppo all'elemento rivoluzionario entro la società feudale in disgregazione. L'esercizio dell'industria, feudale o corporativo, in uso fino al­ lora non bastava piu al fabbisogno che aumentava con i nuovi mercati. Al suo posto subentrò la manifattura. Il medio ceto in­ dustriale soppiantò i maestri artigiani; la divisione del lavoro fra le diverse corporazioni scomparve davanti alla divisione del lavoro nella singola officina stessa. Ma i mercati crescevano· sempre, il fabbisogno saliva sempre. Neppure la manifattura era piu sufficiente. Allora il vapore e le macchine rivoluzionarono la produzione industriale. All'industria ma­ nifatturiera subentrò la grande industria moderna; al medio ceto industriale subentrarono i milionari dell'industria, i capi di interi eserciti industriali, i borghesi moderni. La grande industria ha creato quel mercato mondiale, ch'era stato preparato dalla scoperta ·dell'America. Il mercato mondiale ha dato uno sviluppo immenso al commercio, alla navigazione, alle comunicazioni per via di terra. Questo sviluppo ha reagito a sua volta sull'espansione dell'industria, e, nella stessa misura in cui si estendevano industria, commercio, navigazione, ferrovie, si è svi­ luppata la borghesia, ha accresciuto i suoi capitali e ha respinto nel retroscena tutte le classi tramandate dal medioevo. Vediamo dunque come la borghesia moderna è essa stessa il prodotto d'un lungo processo di sviluppo, d'una serie di rivol­ gimenti nei modi di produzione e di traffico. Ognuno di questi stadi di sviluppo della borghesia era accompa­ pagnato da un corrispondente progresso politico. Ceto oppresso sotto il dominio dei signori feudali, insieme di associazioni armate ed autonome nel comune, talvolta sotto forma di repubblica muni­ cipale indipendente, talvolta di terzo stato tributario della monar.

Marx e Engels

311

chia, poi all'epoca dell'industria manifatturiera, nella monarchia controllata dagli stati come in quella assoluta, contrappeso alla no­ biltà, e fondamento principale delle grandi monarchie in genere, la borghesia, infine, dopo la creazione della grande industria e del mercato mondiale, si è conquistata il dominio politico esclusivo nello· stato rappresentativo moderno. Il potere statale moderno non è che un comitato che amministra gli affari comuni di tutta la classe borghese. · La borghesia ha avuto nella storia una parte sommamente ri­ voluzionaria. Dove ha raggiunto il dominio, la borghesia ha distrutto tutte le condizioni di vita feudali, patriarcali, idilliche. Ha lacerato spie­ tatamente tutti i variopinti vincoli feudali che legavano l'uomo al suo superiore naturale, e non ha lasciato fra uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse, il freddo « pagamento in contanti». Ha affogato nell'acqua gelida del calcolo egoistico i sacri brividi dell'esaltazione devota, dell'entusiasmo cavalleresco, della malinco­ nia filistea. Ha disciolto la dignità personale nel valore di scambio e al posto delle innumerevoli libertà patentate e onestamente con­ quistate, ha messo, unica, la libertà di commercio priva di scru­ poli; . In una parola: ha messo lo sfruttamento aperto, spudorato, diretto e arido al posto dello sfruttamento mascherato d'illusioni religiose e politiche. La bor;,hesia ha spogliato della loro aureola tutte le attività che fino allora erano venerate e considerate con pio timore. Ha tramutato il medico, il giurista, il prete, il poeta, l'uomo della scienza, in salariati ai suoi stipendi. La borghesia ha strappato il commovente velo sentimentale al rapporto familiare e lo ha ricondotto a un puro rapporto di de­ naro. La borghesia ha svelato come la brutale manifestazione di forza che la reazione ammira tanto nel medioevo, avesse la sua appro­ priata integrazione nella piu pigra infingardaggine. Solo la borghesia ha dimostrato che cosa possa compiere l'attività dell'uomo. Essa ha compiuto ben altre meraviglie che piramidi egiziane, acquedotti romani e cattedrali gotiche, ha portato a termine ben altre spedi­ zioni che le migrazioni dei popoli e le crociate. La borghesia non può esistere senza rivoluzionare continua­ mente gli strumenti di produzione, i rapporti di produzione, dunque tutti i rapporti sociali. Prima condizione di esistenza di tutte le classi industriali precedenti era invece l'immutato mantenimento del vecchio sistema di produzione. n· continuo rivoluzionamento della produzione, l'ininterrotto scuotimento di tutte le situazioni sociali, l'incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l'epoca dei .

312

Dalla filosofia 'dialettica al materialismo storico

-borghesi fra tutte le epoche precedenti.. Si dissolvono tuttl

1 rap­ porti stabili e irrigiditi, con il loro seguito di idee e di concetti antichi e venerandi, e tutte le idee e i concetti nuovi invecchiano prima di potersi fissare. Si volatilizza tutto ciò che vi era di corpo­ rativo e di stabile, è profanata ogni cosa sacra, e gli uomini sono finalmente costretti a guardare con occhio disincantato la propria posizione e i propri reciproci rapporti. Il bisogno di uno smercio sempre piu esteso per i suoi pro­ dotti sospinge la borghesia a percorrere tutto il globo terrestre. Dappertutto deve annidarsi, dappertutto deve costruire le sue basi, dappertutto deve creare relazioni. Con lo sfruttamento del mercato mondiale la borghesia ha dato un'impronta cosmopolitica alla produzione e al consumo di tutti i paesi. Ha tolto di sotto i piedi all'industria il suo terreno nazio­ nale, con gran rammarico dei reazionari. Le antichissime industrie nazionali sono state distrutte, e ancora adesso vengono distrutte ogni giorno. Vengono soppiantate da industrie nuove, la cui introdu­ zione diventa questione di vita o di morte per tutte le nazioni civili, da industrie che non lavorano piu soltanto materie prime del luogo, ma delle zone piu remote, e i cui prodotti non vengono consumati solo nel paese stesso, ma anche in tutte le parti del mondo. Ai vecchi bisogni, soddisfatti con i prodotti del paese, subentrano bisogni nuovi, che per essere soddisfatti esigono i prodotti dei paesi e dei climi piu lontani. All'antica autosufficienza e all'antico isolamento locali e nazionali subentra uno scambio universale, una interdipendenza universale fra le nazioni. E come per la produzione materiale, cosi per quella intellettuale. l prodotti intellettuali delle singole nazioni divengono bene comune. L'unilateralità e la ristrettezza nazionali diventano sempre piu impossibili, e dalle molte letterature nazionali e locali si forma una letteratura mondiale. Con il rapido. miglioramento di tutti gli strumenti di produ­ zione, con le comunicazioni infinitamente agevolate, la borghesia tra­ scina nella civiltà tutte le nazioni, anche· le piu barbare. I bassi prezzi delle sue merci sono l'artiglieria pesante con la quale essa spiana tutte le muraglie cinesi, con la quale costringe alla capito­ lazione la piu tenace xenofobia dei barbari. Costringe · tutte le na­ zioni ad adottare il sistema di produzione della borghesia, se non vogliono andare in rovina, le costringe ad introdurre in casa loro la cosiddetta civiltà, cioè a diventare borghesi. In una parola: essa si crea un mondo a propria immagine e somiglianza. La borghesia ha assoggettato la campagna al dominio della città. Ha creato città enormi, ha accresciuto su grande scala la cifra della popolazione urbana in confronto di quella rurale, strap­ pando in tal modo una parte notevole della popolazione all'idioti-

Marx e Engels

313

smo della vita rurale. Come ha reso la campagna dipendente dalla città, la borghesia ha reso i paesi barbari e semibarbari dipendenti da quelli inciviliti, i popoli di contadini da quelli di borghesi, l'O­ riente dall'Occidente. La borghesia elimina sempre piu la dispersione dei mezzi di produzione, della proprietà e della popolazione. Ha agglomerato la popolazione, ha centralizzato i mezzi di produzione, e ha concen­ trato in poche mani la proprietà. Ne è stata conseguenza necessaria la centralizzazione politica. Province indipendenti, legate quasi solo da vincoli federali, con interessi, leggi, governi e dazi differenti, vennero strette in una sola nazione, sotto un solo governo, una sola legge, un solo interesse nazionale di classe, entro una sola bar­ riera doganale. Durante il suo dominio di classe appena secolare la borghesia ha creato forze produttive in massa molto maggiore e piu colossali che non avessero mai fatto tutte insieme le altre generazioni del passato. Il soggiogamento delle forze naturali, le macchine, l'ap­ plicazione della chimica all'industria e all'agricoltura, la navigazione a vapore, le ferrovie, i telegrafi elettrici, il dissodamento d'interi continenti, la navigabilità dei fiumi, popolazioni intere sorte quasi per incanto dal suolo - quale dei secoli antecedenti immaginava che nel grembo del lavoro sociale stessero sopite tali forze pro­ duttive? Ma abbiamo visto che i mezzi di produzione e di scambio sulla cui base si era venuta costituendo la borghesia erano stati pro­ dotti entro la società feudale. A un certo grado dello sviluppo di quei mezzi di produzione e di scambio, le condizioni nelle quali la società feudale produceva e scambiava, l'organizzazione feudale dell'agricoltura e della manifattura, in una parola i rapporti feudali della proprietà, non corrisposero piu alle forze produttive ormai sviluppate. Essi inceppavano la produzione invece di promuoverla. Si trasformarono in altrettante catene. Dovevano essere spezzate e furono spezzate. Ad esse subentrò la libera concorrenza con la confacente costi­ tuzione sociale e politica, con il dominio economico e politico della classe dei borghesi. Sotto i nostri occhi si svolge un moto analogo. I rapporti bor­ ghesi di produzione e di scambio, i rapporti borghesi di proprietà, la società borghese moderna che ha creato per incanto mezzi di produzione e di scambio cosi potenti, rassomiglia al mago che non riesce piu a dominare le potenze degli inferi da lui evocate. Sono decenni ormai che la storia dell'industria e del commercio è sol­ tanto storia della rivolta delle forze produttive moderne contro i rapporti moderni della produzione, cioè contro i rapporti di pro-

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Dalla filosiJ{ia dialetttca al materialismo storico

prietà che costituiscono le condizioni di esistenza della borghesia e del suo dominio. Basti ricordare le crisi commerciali che col loro periodico ritorno mettono in forse sempre piu minacciosamente l'esistenza di tutta la società borghese. Nelle crisi commerciali viene regolarmente distrutta non solo una gran parte dei prodotti otte­ nuti, ma addirittura gran parte delle forze produttive già create. Nelle crisi scoppia una epidemia sociale che in tutte le epoche an� teriori sarebbe apparsa un assurdo: l'epidemia della sovraprodu­ zione. La società si trova all'improvviso ricondotta a uno stato di momentanea barbarie; sembra che una carestia, una guerra generale di sterminio le abbiano tagliato tutti i mezzi di sussistenza; l'in­ dustria, il commercio sembrano distrutti. E perché? Perché la so­ cietà possiede troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa in­ dustria, troppo commercio. Le forze produttive che sono a sua disposizione non servono piu a promuovere la civiltà borghese e i rapporti borghesi di proprietà; anzi, sono divenute troppo po­ tenti per quei rapporti e ne vengono ostacolate, e appena supe­ rano questo ostacolo mettono in disordine tutta la società bot" ghese, mettono in _pericolo l'esistenza della proprietà borghese. I rapporti borghesi sono divenuti troppo angusti per poter conte­ nere la ricchezza da essi stessi prodotta. - Con quale mezzo la borghesia supera le crisi? Da un lato, con la distruzione coatta di una massa di forze produttive; dall'altro, con la conquista di nuovi mercati e con lo sfruttamento piu intenso dei vecchi. Dunque, con quali mezzi? Mediante la preparazione di crisi piu generali e piu violente e la diminuzione dei mezzi per prevenire le crisi stesse. A questo momento le armi che son servite allà borghesia per atterrare il feudalesimo si rivolgono contro la borghesia stessa. Ma la borghesia non ha soltanto fabbricato le armi che le porteranno la morte; ha anche generato gli uomini che impugne­ ranno quelle armi: gli operai moderni, i proletari. Nella stessa proporzione in cui si sviluppa la borghesia, cioè il capitale, si sviluppa il proletariato, la classe degli. operai mo­ derni, che vivono solo fintantoché trovano lavoro, e che trovano lavoro solo fintantoché il loro lavoro aumenta il capitale. Questi operai che sono costretti a vendersi al minuto, sono una merce come ogni altro articolo commerciale, e sono quindi esposti, come le altre merci, a tutte le alterne vicende della concorrenza, a tutte le oscillazioni del mercato. Con l'estendersi dell'uso delle macchine e con la divisione del lavoro, il lavoro dei proletari ha perduto ogni carattere indipen­ dente e con ciò ogni attrattiva per l'operaio. Egli diviene un sem­ plice accessorio della macchina, al quale si richiede soltanto un'ope-

Marx e Engels

315

razione manuale semplicissima, estremamente monotona e facilis­ sima ad imparare. Quindi le spese che causa l'operaio si limitano quasi esclusivamente ai mezzi di sussistenza dei quali egli ha bi­ sogno per il proprio mantenimento e per la- riproduzione della sua specie. Ma il prezzo di una merce, quindi anche quello del lavoro, è uguale ai suoi costi di produzione. Quindi il salario decresce nella stessa proporzione in cui aumenta il tedio del lavoro. Anzi, nella stessa proporzione' dell'aumento dell'uso delle macchine e della di­ visione del lavoro, aumenta anche la massa del lavoro, sia attra­ verso l'aumento delle ore di lavoro, sia attraverso l'aumento del lavoro che si esige in una data unità di tempo, attraverso l'accre­ sciuta celerità delle macchine e cosi via. . L'industria moderna ha trasformato la piccola officina del mae­ stro artigiano patriarcale nella grande fabbrica del capitalista in­ dustriale. Masse di operai addensate nelle fabbriche vengono orga­ nizzate militarmente. E vengono poste, come soldati semplici del­ l'industria, sotto la sorveglianza di una completa gerarchia di sot­ tufliciali e ufficiali. Gli operai non sono soltanto servi della classe dei borghesi, dello stato dei borghesi ma vengono asserviti giorno per giorno, ora per ora dalla macchina, dal sorvegliante, e soprat­ tutto dal singolo borghese fabbricante in persona. Questo dispoti­ smo è tanto piu meschino, odioso ed esasperante, quanto piu aper­ tamente esso proclama come proprio fine ultimo il guadagno. Quanto meno il lavoro manuale esige abilità ed esplicazione di forza, cioè quanto piu si sviluppa l'industria moderna, tanto piu il lavoro degli uomini viene soppiantato da quello delle donne [e dei fanciulli]. Per la classe operaia non han piu valore sociale le differenze di sesso e di età. Ormai ci sono soltanto strumenti di lavoro che costano piu o meno a seconda dell'età e del sesso. Quando lo sfruttamento dell'operaio da parte del padrone di fabbrica è terminato in quanto all'operaio viene pagato il suo sa­ lario in contanti, si gettano su di lui le altre parti della borghesia, il padron di casa, il bottegaio, il prestatore su pegno e cosi via. Quelli che fino a questo momento erano i piccoli ordini medi, cioè i piccoli industriali, i piccoli commercianti e coloro che vi­ vevano di piccole rendite, gli artigiani e i contadini, tutte queste classi precipitano nel proletariato, in parte per il fatto che il loro piccolo capitale non è sufficiente per l'esercizio della grande indu­ stria, e soccombe nella concorrenza con i capitalisti piu forti, in parte per il fatto che la loro abilità viene svalutata da nuovi si­ stemi di produzione. Cosi il proletariato si recluta in tutte le classi della popolazione. Il proletariato passa attraverso diversi gradi di sviluppo. La sua lotta contro la borghesia comincia con la sua esistenza. ·

316

Dalla filosofia dialettica al materialismo storico

Da principio singoli operai, poi gli operai di una fabbrica, poi gli operai di una branca di lavoro in un dato luogo lottano contro il singolo borghese che li sfrutta direttamente. Essi non dirigono i loro attacchi soltanto contro i rapporti bor­ ghesi di produzione, ma contro gli stessi strumenti di produzione; distruggono le merci straniere che fan loro concorrenza, fracassano le macchine, dai:mo fuoco alle fabbriche, cercano di riconquistarsi la tramontata posizione del lavoratore medievale. In questo stadio gli operai costituiscono una massa disseminata per tutto il paese e· dispersa a causa della concorrenza. La solida­ rietà di maggiori masse operaie non è ancora il risultato della loro propria unione, ma della unione della borghesia, la quale, per il raggiungimento dei propri fini politici, deve mettere in movimento tutto il proletariato, e per il momento può ancora farlo. Dunque, in questo stadio i proletari combattono non i propri nemici, ma i nemici dei propri nemici, gli avanzi della monarchia assoluta, i pro­ prietari fondiari, i borghesi non industriali, i piccoli borghesi. Cosi tutto il movimento della storia è concentrato nelle mani della borghesia; ogni vittoria raggiunta in questo modo è una vittoria della borghesia. Ma il proletariato, con lo sviluppo dell'industria, non solo si moltiplica; viene addensato in masse piu grandi, la sua forza cresce, ed esso la sente di piu. Gli interessi, le condizioni di esistenza al­ l'interno del proletariato si vanno sempre piu agguagliando man mano che le macchine cancellano le differenze del lavoro e fanno discendere quasi dappertutto il salario a un livello ugualmente basso. La crescente concorrenza dei borghesi fra di loro e le crisi com­ merciali che ne derivano rendono sempre piu oscillante il salario degli operai; l'incessante e sempre piu rapido sviluppo del perfe­ zionamento delle macchine rende sempre piu incerto il complesso della loro esistenza; le collisioni fra il singolo operaio e il singolo borghese assumono sempre piu il carattere di collisioni di due classi. Gli operai cominciano col formare coalizioni contro i bor­ ghesi, e si riuniscono per difendere il loro salario. Fondano per­ fino associazioni permanenti per approvvigionarsi in vista di que­ gli eventuali sollevamenti. Qua e là la lotta prorompe in som­ mosse. Ogni tanto vincono gli operai; ma solo transitoriamente. Il vero e proprio risultato delle loro lotte non è il successo immediato ma il fatto che l'unione degli operai si estende sempre piu. Essa è favorita dall'aumento dei mezzi di comunicazione, prodotti dalla grande industria, che mettono in collegamento gli operai delle dif­ ferenti località. E basta questo collegamento per centralizzare in una lotta nazionale, in una lotta di classe, le molte lotte locali che

Marx e Engels

317

hanno dappertutto uguale carattere. Ma ogni lotta di classi è lotta politica. E quella unione per la quale i cittadini del medioevo con le loro strade vicinali ebbero bisogno di secoli, i proletari moderni con le ferrovie la attuano in pochi anni. Questa organizzazione dei proletari in classe e quindi in par­ tito politico torna ad essere spezzata ogni momento dalla concor­ renza fra gli operai stessi. Ma risorge sempre di nuovo, piu forte, piu salda, piu potente. Essa impone il riconoscimento in forma di legge di singoli interessi degli operai, approfittando delle scissioni all'interno della borghesia. Cosi fu per la legge delle dieci ore di lavoro in Inghilterra. In genere, i conflitti insiti nella vecchia società promuovono in molte maniere il processo evolutivo del proletariato. La borghe­ sia è sempre in lotta; da principio contro l'aristocrazia, piu tardi contro le parti della stessa borghesia i cui interessi vengono a contrasto col progresso dell'industria, e sempre contro la borghesia di tutti i paesi stranieri. In tutte queste lotte essa si vede costretta a fare appello al proletariato, a valersi del suo aiuto, e a trascinarlo cosi entro il movimento politico. Essa stessa dunque reca al pro­ letariato i propri elementi di educazione, cioè armi contro se stessa. Inoltre, come abbiamo veduto, il progresso dell'industria pre­ cipita nel proletariato intere sezioni della classe dominante, o per lo meno ne minaccia le condizioni di esistenza. Anch'esse arrecano al proletariato una massa di elementi d'educazione. Infine, in tempi nei quali la lotta delle classi si avvicina al mo­ mento decisivo, il processo di disgregazione all'interno della classe dominante, di tutta la vecchia società, assume un carattere cosi violento, cosi aspro, che una piccola parte della classe dominante si distacca da essa e si unisce alla classe rivoluzionaria, alla classe che tiene in mano l'avvenire. Quindi, come prima una parte della nobiltà era passata alla borghesia, cosi ora una parte della bor­ ghesia passa al proletariato; e specialmente una parte degli ideologi borghesi, che sono riusciti a giungere alla intelligenza teorica del movimento storico nel suo insieme. Fra tutte le classi che oggi stanno di contro alla borghesia, il proletariato soltanto è una classe realmente rivoluzionaria. Le altre classi decadono e tramontano con la grande industria; il proletariato è il suo prodotto piu specifico. . Gli ordini medi, il piccolo industriale, il piccolo commerciante, l'artigiano, il contadino, combattono tutti la borghesia, per premu­ nire dalla scomparsa la propria esistenza come ordini medi. Quindi non sono rivoluzionari ma conservatori. Anzi, sono reazionari, poi­ ché cercano di far girare all'indietro la ruota della storia. Quando sono rivoluzionari, sono tali in vista del loro imminente passaggio ·

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Dalla filosofia dialettica al materialismo storico

al proletariato, non difendono i loro interessi presenti, ma i loro interessi futuri, e abbandonano il proprio punto di vista, per met· tersi da quello del proletariato. Il sottoproletariato, questa putrefazione passiva degli infimi strati della società, che in seguito a una rivoluzione proletaria viene sca­ gliato qua e là nel movimento, sarà piu disposto, date tutte le sue condizioni di vita, a lasciarsi comprare per mene reazionarie. Le condizioni di esistenza della vecchia società sono già an­ nullate nelle condizioni di esistenza del proletariato. Il proletario è senza proprietà; il suo rapporto con moglie e figli non ha piu nulla di comune con il rapporto familiare borghese; il lavoro in­ dustriale moderno, il soggiogamento moderno al capitale, identico in Inghilterra e in Francia, in America e in Germania, lo ha spo­ gliato di ogni carattere nazionale. Leggi, morale, religione sono per lui altrettanti pregiudizi borghesi, dietro i quali si nascondono al­ trettanti interessi borghesi. Tutte le classi che si sono finora conquistato il potere hanno cercato di garantire la posizione di vita già acquisita, assoggettando l'intera società alle condizioni della loro acquisizione. I proletari possono conquistarsi le forze produttive della società soltanto abo­ lendo il loro proprio sistema di appropriazione avuto sino a questo momento, e per ciò stesso l'intero sistema di appropriazione che c'è stato finora. I proletari non hanno da salvaguardare nulla di proprio, hanno da distruggere tutta la sicurezza privata e tutte le assicurazioni private che ci sono state fin qui. Tutti i movimenti precedenti sono stati movimenti di minoranze, o avvenuti nell'interesse di minoranze. Il movimento proletario è il movimento indipendente della immensa maggioranza · nell'interesse della immensa maggioranza. Il proletariato, lo strato piu basso della società odierna, non può sollevarsi, non può dtizzarsi, senza che salti per aria l'intera soprastruttura degli strati che formano la società ufficiale. La lotta del proletariato contro la borghesia è in un . primo tempo lotta nazionale, anche se non sostanzialmente, certo for­ malmente. È naturale che il proletariato di ciascun paese debba an­ zitutto sbrigarsela con la propria borghesia. Delineando le fasi piu generali dello sviluppo del proletariato, abbiamo seguito la guerra civile piu o meno latente all'interno della società attuale, fino al momento nel quale quella guerra erompe in aperta rivoluzione e nel quale il proletariato fonda il suo do­ minio attraverso il violento abbattimento della borghesia. Ogni società si è basata finora, come abbiam visto, sul con­ trasto fra classi di oppressori e classi di oppressi. Ma, per poter opprimere una classe, le debbono essere assicurate condizioni entro

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le quali essa possa per lo meno stentare la sua vita di schiava. Il servo della gleba, lavorando nel suo stato di servo della gleba, ha potuto elevarsi a membro del comune, come il cittadino minuto, lavorando sotto il giogo dell'assolutismo feudale, ha potuto ele­ varsi a borghese. Ma l'operaio moderno, invece di elevarsi man mano che l'industria progredisce, scende sempre piu al disotto delle condizioni della sua propria classe. L'operaio diventa povero, e il pauperismo si sviluppa anche piu rapidamente che la popolazione e la ricchezza. Da tutto ciò appare manifesto che la borghesia non è in grado di rimanere ancora piu a lungo la classe dominante della società e di imporre alla società le condizioni di vita della propria classe come legge regolatrice. Non è capace di dominare, perché non è capace di garantire l'esistenza al proprio schiavo neppure entro la sua schiavitu, perché è costretta a !asciarlo sprofondare in una situazione nella quale, invece di esser d� lui nutrita, essa è costretta a nutrirlo. La società non può piu vivere sotto la classe borghese, vale a dire la esistenza della classe borghese non è piu compatibile con la società. La condizione piu importante per l'esistenza e per il dominio della classe borghese è l'accumularsi della ricchezza nelle mani di privati, la formazione e la moltiplicazione del capitale; condizione del capitale è il lavoro salariato. Il lavoro salariato poggia esclusi­ vamente sulla concorrenza degli operai tra di loro. Il progresso del­ l'industria, del quaie la borghesia è veicolo involontario e passivo, fa subentrare all'isolamento degli operai risultante dalla concor­ renza, la loro unione rivoluzionaria, risultante dall'associazione. Con lo sviluppo della grande industria, dunque, . vien tolto di sotto ai piedi della borghesia il terreno stesso sul quale essa produce e si appropria i prodotti. Essa produce anzitutto i suoi seppellitori. Il suo tramonto e la vittoria del proletariato sono del pari inevitabili. [Estratto da: Manifesto del Partito Comunista, a cura di E. Cantimori Mezwmonti, Torino, Einaudi, 1953, pp. 94-108.]

[ . ] Nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomtru entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un deter­ minato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali. L'in­ sieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura eco­ nomica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e .

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spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che deter­ mina la loro coscienza. A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di pro­ prietà (che ne sono soltanto l'espressione giuridica) dentro i qoali tali forze per l'innanzi s'erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E al­ lora subentra un'epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge piu o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura. Quando si studiano simili sconvolgimenti, è indispensabile distinguere sempre fra lo sconvolgimento materiale delle condizioni economiche della produzione, che può essere con­ statato con la precisione delle scienze naturali, e le forme giuri­ diche, politiche, religiose, artistiche o filosofiche, ossia le forme ideo­ logiche che permettono agli uomini di concepire questo conflitto e di combatterlo. Come non si può giudicare un uomo dall'idea che egli ha di se stesso, cosi non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa; occorre in­ vece spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita mate­ riale, con il conflitto esistente fra le forze produttive della società e i rapporti di produzione. Una formazione sociale non perisce fin­ ché non si siano sviluppate tutte le forze produttive a cui può dare corso; nuovi e superiori rapporti di produzione non suben­ trano mai, prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza. Ecco perché l'umanità non - si propone se non quei problemi che può risolvere, perché, a considerare le cose dappresso, si trova sempre che il problema sorge solo quando le condizioni materiali della sua soluzione esi­ stono già o almeno sono in formazione. A grandi linee, i modi di produzione asiatico, antico, feudale e borghese moderno possono essere designati come epoche che marcano il progresso della for­ mazione economica della società. I rapporti di produzione borghese sono l'ultima forma antagonistica del processo di produzione so­ ciale; antagonistica non nel senso di un antagonismo individuale, ma di un antagonismo che sorga dalle condizioni di vita sociali degli individui. Ma le forze produttive che si sviluppano nel seno della società borghese creano in pari tempo le condizioni materiali per la soluzione di questo antagonismo. Con questa formazione sociale si chiude dunque la preistoria della società umana. [Estratto da: Per la Critica dell'economia politica, Roma, Editori Riu­ ttiti, 1969, pp. 4-6. ]

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5. Rapporti tra uomini e rapporti tra cose

A prima vista, una merce sembra una cosa triviale, ovvia. Dalla sua analisi risulta che è una cosa imbrogliatissima, piena di sotti­ gliezza metafisica e di capricci teologici. Finché è valore d'uso, non c'è nulla di misterioso in essa, sia che la si consideri dal punto di vista che essa soddisfa, con le sue qualità, bisogni umani, sia che riceva tali qualità soltanto come prodotto di lavoro umano. È chiaro come la luce del sole che l'uomo, con la sua attività, cambia in maniera utile a se stesso le forme dei materiali naturali. Per esem­ pio quando se ne fa un tavolo, la forma del legno viene tra­ sformata. Ciò non di meno, il tavolo rimane legno, cosa sensibile e ordinaria. Ma appena si presenta come merce, il t"avolo si tra­ sforma in una cosa sensibilmente sovrasensibile. Non solo sta coi piedi per terra, ma, di fronte a tutte le altre merci, si mette a testa in giu, e sgomitola dalla sua testa di legno clei grilli molto piu mirabili che se cominciasse spontaneamlnte a ballare. Dunque, il carattere mistico della merce non sorge dal suo valore d'uso. E nemmeno sorge dal contenuto delle determinazioni di valore. Poiché, in primo luogo, per quanto differenti possano es­ sere i lavori utili o le attività produttive, è verità fisiologica- ch'essi sono funzioni dell'organismo umano, e che tutte tali funzioni, quale si sia il loro contenuto e la loro forma, sono essenzialmente di­ spendio di cervello, nervi, muscoli, organi sensoriali, ecc., umani. In secondo luogo, per quel che sta alla base della determinazione ddla grandezza di valore, cioè la durata temporale di quel dispendio, ossia la quantità del lavoro, la quantità del lavoro è distinguibile dalla qualità ih maniera addirittura tangibile. In nessuna situazione il tempo di lavoro che costa la produzione dei mezzi di sussistenza ha potuto non interessare gli uomini, benché tale interessamento non sia uniforme nei vari gradi di sviluppo. Infine, appena gli uomini lavorano in una qualsiasi · maniera l'uno per l'altro, il loro lavoro riceve anche una forma sociale. Di dove sorge dunque il carattere enigmatico del prodotto di lavoro appena assume forma di merce? Evidentemente, proprio da tale forma. L'eguaglianza dei lavori umani riceve la forma reale dell'eguale oggettività di valore . dei prodotti del lavoro, la misura del dispendio di fotza-lavoro umana mediante la sua durata tempo­ rale riceve la forma della grandezza di valore dei prodotti del la­ voro, infine i rapporti fra i produttori, nei quali si attuano quelle determinazioni sociali dei loro lavori, ricevono la forma d'un rap­ porto sociale dei prodotti del lavoro. L'arcano della forma di merce consiste dunque semplicemente nel fatto che tale forma, come uno specchio, restituisce agli uomini

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l'immagine dei caratteri sociali del loro proprio lavoro, facendoli apparire come caratteri oggettivi dei prodotti di quel lavoro, come proprietà sociali naturali di quelle cose, e quindi restituisce anche l'immagine del rapporto sociale tra produttori e lavoro comples­ sivo, facendolo apparire come un rapporto sociale fra oggetti esi­ stente al di fuori di essi produttori. Mediante questo quid pro quo i prodotti del lavoro diventano merci, cose sensibilmente sovrasen­ sibili, cioè cose sociali. Proprio come l'impressione luminosa di una cosa sul nervo ottico non si presenta come stimolo soggettivo del nervo ottico stesso, ma quale forma oggettiva di una cosa al di fuori dell'occhio. Ma nel fenomeno della vista si ha realmente

la proiezione di luce da una cosa, l'oggetto esterno, su un'altra cosa, l'occhio : è un rapporto :fisico fra cose :fisiche. Invece la forma di merce e il rapporto di valore d�i prodotti di lavoro nel quale essa si presenta non ha assolutamente nulla a che fare con la loro na­ tura fisica e con le relazioni fra cosa e cosa che ne derivano . Quel che qui assume per gli uomini la forma fantasmagorica di un rapporto fra cose è soltanto il rapporto sociale determinato che esiste fra gli uomini stessi. Quindi, per trovare un'analogia, dob­ biamo involarci nella regione nebulosa del mondo religioso. Quivi, i prodotti del cervello umano paiono :figure indipendenti, dotate di vita propria, che stanno in rapporto fra di loro e in rapporto con gli uomini. Cosf, nel mondo delle merci, fanno i prodotti della mano umana. Questo iò chiamo il feticismo che s'appiccica ai pro­ dotti del lavoro appena vengono prodotti come merci, e che quindi è inseparabile dalla produzione delle merci. Come l'analisi precedente ha già dimostrato, tale carattere feti­ cistico del mondo delle merci sorge dal carattere sociale peculiare del lavoro che produce merci. Gli -oggetti d'uso diventano merci, in genere, soltanto perché sono prodotti di lavori privati, eseguiti indipendentemente l'uno dal� l'altro. Il complesso di tali lavori privati costituisce il lavoro so­ ciale complessivo. Poiché i produttori entrano in contatto sociale soltanto mediante lo scambio dei prodotti del loro lavoro, anche i caratteri specificamente sociali dei loro lavori privati appaiono sol­ tanto all'interno di tale scambio. Ossia, i lavori privati si effettuano di fatto come articolazioni del lavoro complessivo sociale mediante le relazioni nelle quali lo scambio pone i prodotti del lavoro e, attraverso i prodotti stessi, i produttori. Quindi a questi ultimi le relazioni sociali dei loro lavori privati appaiono come quel che sono, cioè, non come rapporti immediatamente sociali fra persone nei loro stessi lavori, ma anzi, come rapporti di cose fra persone e

rapporti sociali fra cose.

Solo all 'interno dello scambio reciproco i prodotti di lavoro ri-

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cevono un'oggettività di valore socialmente eguale, separata dalla loro oggettività d'uso, materialmente differente. Questa scissione del prodotto del lavoro in cosa utile e cosa di valore si effettua pra­ ticamente soltanto appena lo scambio ha acquistato estensione e importanza sufficienti affinché cose utili vengano prodotte per lo scambio, vale a dire affinché nella loro stessa produzione venga te­ nuto conto del carattere di valore delle cose. Da questo momento in poi i lavori privati dei produttori ricevono di fatto un duplice carattere sociale. Da un lato, come lavori utili determinati, deb­ bono soddisfare un determinato bisogno sociale e far buona prova di sé come articolazioni del lavoro complessivo, del sistema natu­ rale spontaneo della divisione sociale del lavoro; dall'altro lato, essi soddisfano soltanto i molteplici bisogni dei loro produttori, -in quanto ogni lavoro privato, utile e particolare è scambiabile con ogni altro genere di lavoro privato, e quindi gli è equiparato. L'eguaglianza di lavori completamente differenti può sussistere solo se si fa astrazione dalla loro reale diseguaglianza, se li si riduce al carattere comune che essi posseggono in quanto dispendio di forza-lavoro umana, in quanto lavoro astrattamente umano. Il cervello dei pro­ duttori privati rispecchia a sua volta questo duplice carattere sociale dei loro lavori privati nelle forme che appaiono nel commercio pra­ tico, nello scambio dei prodotti ; quindi rispecchia il carattere so­ cialmente utile dei loro lavori privati, in questa forma: il prodotto del lavoro deve essere utile, e utile per altri; esso rispecchia il carattere sociale dell'eguaglianza dei lavori di genere differente nella forma del carattere comune di valore di quelle cose materialmente differenti che sono i prodotti del lavoro. Gli uomini dunque riferiscono l'uno all'altro i prodotti del loro lavoro come valori, non certo per il fatto che queste cose contino per loro soltanto come puri involucri materiali di lavoro umano omogeneo. Viceversa. Gli uomini equiparano l'un con l'altro i loro differenti lavori come lavoro. umano, equiparando l'uno con l'altro, come valori, nello scambio, i loro prodotti eterogenei. Non sanno di far ciò, ma lo fanno. Quindi il valore non porta scritto in fronte quel che è. Anzi, il valore trasforma ogni prodotto di lavoro in un geroglifico sociale. In seguito, gli uomini cercano di decifrare il senso del geroglifico, cercano di penetrare l'arcano del loro pro­ prio prodotto sociale, poiché la determinazione degli oggetti d'uso come valori è loro prodotto sociale guanto il linguaggio . La tarda scoperta scientifica che i prodotti di lavoro, in quanto son valori, sono soltanto espressioni in forma di cose del lavoro umano speso nella loro produzione fa epoca nella storia dello sviluppo dell'uma­ nità, ma non disperde affatto la parvenza che il carattere sociale del lavoro appartenga agli oggetti. Quel che è valido soltanto per ·

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questa particolare forma di produzione, la produzione delle merci, cioè che il carattere specificamente sociale dei lavori privati indi­ pendenti l'uno dall'altro consiste nella loro eguaglianza come lavoro umano e assume la forma del carattere di valore dei prodotti di lavoro, appare cosa definitiva, tanto prima che dopo di quella sco­ perta, a coloro che rimangono impigliati nei rapporti della produ­ zione di merci : cosa definitiva come il fatto che la scomposizione scientifica dell'aria nei suoi elementi ha lasciato sussistere nella fi­ sica la forma gassosa come forma corporea. Quel che interessa praticamente in primo luogo coloro che scam­ biano prodotti, è il problema di quanti prodotti altrui riceveranno per il proprio prodotto, quindi, in quale proporzione si scambiano i prodotti. Appena queste proporzioni sono maturate fino a rag­ giungere una certa stabilità abituale, sembrano sgorgare dalla na­ tura dei prodotti del lavoro, cosicché per esempio una tonnellata di ferro e due once d'oro sono di egual valore, allo stesso modo che una libbra d'oro e una libbra di ferro sono di egual peso nono­ stante le loro differenti qualità chimiche e fisiche. Di fatto, il ca­ rattere di valore dei prodotti del lavoro si consolida soltanto attra­ verso la loro attuazione come grandezze di valore. Queste variano continuamente, indipendentemente dalla volontà, dalla prescienza e dall'azione dei permutanti, pei quali il loro proprio movimento so­ ciale assume la forma d'un movimento di cose, sotto il cui controllo essi si trovano, invece che averle sotto il proprio controllo. Oc­ corre che ci sia una produzione di merci completamente sviluppata, prima che dall'esperienza stessa nasca la cognizione scientifica che i lavori privati - compiuti indipendentemente l'uno dall'altro, ma dipendenti l'uno dall'altro da ogni parte come articolazioni naturali spontanee della divisione sociale del lavoro vengono continua­ mente ridotti alla loro misura socialmente proporzionale, che ciò avviene perché nei rapporti di scambio dei loro prodotti, casuali e sempre oscillanti, trionfa con la forza, in quanto legge naturale re­ golatrice, il tempo di lavoro socialmente necessario per la loro produzione, cosi come per esempio trionfa con la forza la legge della gravità, quando la casa ci capitombola sulla testa. La deter­ minazione della grandezza di valore mediante il tempo di lavoro è quindi un arcano, celato sotto i movimenti appariscenti dei valori relativi delle merci. La scoperta di tale arcano elimina la parvenza della determinazione puramente casuale delle grandezze di valore dei prodotti del lavoro, ma non elimina affatto la loro forma di cose. In genere, la riflessione sulle forme della vita umana, e quindi anche l'analisi scientifica di esse, prende una strada opposta allo svolgimento reale. Comincia post festum e quindi parte dai risul-

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tati belli e pronti del processo di svolgimento. Le forme che danno ai prodotti del lavoro l'impronta di merci, e quindi sono il pre­ supposto della circolazione delle merci, hanno già la solidità di forme naturali della vita sociale, prima che gli uomini cerchino di rendersi conto, non già del carattere storico di queste forme, che per essi anzi sono ormai immutabili, ma del loro contenuto. Cosf, soltanto l'analisi dei prezzi delle merci ha condotto alla determina­ zione della grandezza di valore; soltanto l'espressione comune delle merci in denaro ha ·condotto alla fissazione del loro carattere di valore. Ma proprio questa forma finita - la forma di denaro del mondo delle merci vela materialmente, invece di svelarlo, il carattere sociale dei lavori privati, e quindi i rapporti sociali dei lavoratori privati. Quando dico : abito, stivali, ecc., si riferiscono alla tela come incarnazione generale del lavoro umano astratto, la stravaganza di questa espressione salta agli occhi. Ma quando i pro­ duttori dell'abito, degli stivali, ecc., riferiscono queste merci alla tela - o all'oro e argento, il che non cambia niente alla sostanza ­ come equivalente generale, la relazione dei loro lavori privati col lavoro complessivo sociale si presenta loro appunto in quella forma stravagante. Tali forme costituiscono appunto le categorie dell'economia bor­ ghese. Sono forme di pensiero socialmente valide, quindi ogget­ tive, per i rapporti di produzione di questo modo di produzione sociale storicamente determinato, della produzione di merci. Quindi, appena ci rifugiamo in altre forme di produzione, scompare subito tutto il misticismo del mondo delle merci, tutto l'incantesimo e la stregoneria che circondano di nebbia i prodotti del lavoro sulla base della produzione di merci. Poiché l'economia politica predilige le robinsonate evochiamo per primo Robinson nella sua isola. Sobrio com'è di natura, ha tuttavia bisogni d i vario genere da soddisfare, e quindi deve com­ piere lavori utili di vario genere, deve fare strumenti, fabbricare mobili, addomesticare dei lama, pescare, cacciare, ecc. Qui non parliamo delle preghiere e simili, poiché il nostro Robinson ci prende il suo gusto e considera tali attività come ricreazione. No­ nostante la differenza fra le sue funzioni produttive egli sa che esse sono soltanto differenti forme di operosità dello stesso Ro­ binson, e dunque modi differenti di lavoro umano. Proprio la ne­ cessità lo costringe a distribuire esattamente il proprio tempo fra le sue differenti funzioni. Che l'una prenda piu posto, l'altra meno posto nella sua operosità complessiva dipende dalla difficoltà mag­ giore o minore da superare per raggiungere il desiderato effetto d'utilità. Questo glielo insegna l'espericnz:,I, e il nostro Robinson che ha salvato dal naufragio orologio, libro mastro, penna e cala-

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maio, comincia da buon inglese a tenere la contabilità di se stesso. Il suo inventario contiene un elenco degli . oggetti d'uso. che pos­ siede, delle diverse operazioni richieste per la loro produzione, e infine del tempo di lavoro che gli costano in media determinate quantità di questi diversi prodotti. Tutte le relazioni fra Robinson e le cose che costituiscono la ricchezza che egli stesso s'è creata sono qui tanto semplici e trasparenti, che perfino il signor M. Wirth potrebbe capirle senza particolare sforzo mentale. Eppure, vi sono contenute tutte le determinazioni essenziali del valore. Trasportiamoci ora dalla luminosa isola di Robinson nel te­ nebroso medioevo europeo. Qui, invece dell'uomo indipendente, troviamo che tutti sono dipendenti : servi della gleba e padroni, vassalli e signori feudali, laici e preti. La dipendenza personale caratterizza tanto i rapporti sociali della produzione materiale, quanto le sfere di vita su di essa edificate. Ma proprio perché rapporti per­ sonali di dipendenza costituiscono il fondamento sociale dato, la­ vori e prodotti non han bisogno di assumere una figura fanta­ stica differente dalla loro realtà: si risolvono nell'ingranaggio della società come servizi in natura e prestazioni in natura. La forma na­ turale del lavoro, la sua particolarità, è qui la sua forma sociale immediata, e non la sua generalità, come avviene sulla base della produzione di merci. La corvée si misura col tempo, proprio come il lavoro produttore di merci, ma ogni servo della gleba sa che quel che egli aliena al servizio del suo padrone è una quantità de­ terminata della sua forza-lavoro personalé. La decima che si deve fornire al prete è piu evidente della benedizione del prete. Quindi, qualunque sia il giudizio che si voglia dare delle maschere nelle quali gli uomini si presentano l'uno all'altro in quel teatro, i rap­ porti sociali fra le persone nei loro lavori appaiono in ogni modo come loro rapporti personali, e non sono travestiti da rapporti sociali fra le cose, fra i prodotti del lavoro. Non abbiamo bisogno, ai fini della considerazione di un lavoro comUne, cioè immediatamente socializzato, di risalire alla sua forma naturale spontanea, che incontriamo sulla soglia della storia di ogni popolo civile. Un esempio piu vicino è costituito dall'industria rusticamente patriarcale d'una famiglia di contadini, che produce grano, bestiame, filati, tela, pezzi di vestiario, ecc. Per quanto ri­ guarda la famiglia, queste cose differenti si presentano come pro­ dotti differenti del suo lavoro familiare ; invece per quanto riguarda le cose stesse, esse non si presentano reciprocamente l'una all'altra come merci. I differenti lavori che generano quei prodotti, aratura, allevamento, filatura, tessitura, sartoria, nella loro forma naturale sono funzioni sociali, poiché sono funzioni della famiglia che ha, proprio come la produzione di merci, la sua propria divisione del

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lavoro, naturale ed originaria. Le differenze di sesso e di età, come le condizioni naturali di lavoro varianti col variare della stagione, regolano la distribuzione di quelle funzioni entro la famiglia e il tempo di lavoro dei singoli membri. Però qui il dispendio delle forze-lavoro individuali misurato con la durata temporale si pre­ senta per la sua natura stessa come determinazione sociale dei la­ vori stessi, poiché le forze-lavoro individuali operano per la loro stessa natura soltanto come organi della forza-lavoro comune della famiglia. Immaginiamoci infine, per cambiare, un'associazione di uomini liberi che lavorino con mezzi di produzione comuni e spendano coscientemente le loro molte forze-lavoro individuali come una sola forza-lavoro sociale. Qui si ripetono tutte le determinazioni del lavoro di Robinson, però socialmente invece che individualmente. Tutti i prodotti di Robinson erano sua produzione esclusivamente personale, e quindi oggetti d'uso, immediatamente per lui. Il pro­ dotto complessivo dell'associaziQOe è prodotto sociale. Una parte serve a sua volta da mezzo di produzione. Rimane sociale. Ma un'altra parte viene consumata come mezzo di sussistenza dai membri dell'associazione. Quindi deve essere distribuita fra di essi. Il genere di tale distribuzione varierà col variare del genere par­ ticolare dello stesso organismo sociale di produzione e del corri­ spondente livello storico di sviluppo dei produttori. Solo per man­ tenere il parallelo con la produzione delle merai presupponiamo che la partecipazione di ogni produttore ai mezzi di sussistenza sia de­ terminata dal suo tempo di lavoro. Quindi il tempo di lavoro re­ citerebbe una doppia parte. La sua distribuzione, compiuta social­ mente secondo un piano, regola l'esatta proporzione delle differenti funzioni lavorative con i differenti bisogni. D'altra parte, il tempo di lavoro serve allo stesso tempo come misura della partecipazione individuale del produttore al lavoro in comune, e · quindi anche alla parte del prodotto comune consumabile individualmente. Le rela­ zioni sociali degli uomini coi loro lavori e con i prodotti del loro lavoro rimangono qui semplici e trasparenti tanto nella produzione quanto nella distribuzione. Per una società di produttori di merci, il cui rapporto di pro­ duzione generalmente sociale consiste nell'essere in rapporto coi propri prodotti in quanto sono merci, e dunque valori, e nel rife­ rire i propri lavori privati l'uno all'altro in questa forma di cose, come eguale lavoro umano, il cristianesimo, col suo culto dell'uomo astratto, e in ispecie nel suo svolgimento borghese, nel protestan­ tesimo, deismo, ecc., è la forma di religione piu corrispondente. Nei modi di produzione della vecchia Asia e dell'antichità clas­ sica, ecc., la trasformazione del prodotto in merce, e quindi l'esi-

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stenza dell'uomo come produttore di · merci, rappresenta lUla parte subordinata, che pure diventa tanto piu importante, quanto piu le comunità s'addentrano nello stadio del loro tramonto. Popoli com­ merciali veri e propri esistono solo negli intermondi del mondo antico, come gli dèi di Epicuro o come gli ebrei nei pori della società polacca. Quegli antichi organismi sociali di produzione sono straordinariamente piu semplici e piu trasparenti dell'organismo bor­ ghese, ma poggiano o sulla immaturità dell'uomo individuale, che ancora non s'è distaccato dal cordone ombelicale del legame na­ turale di !ij)ecie con altri uomini, oppure su rapporti immediati di signoria e di servitu. Sono il portato di un basso grado di svol­ gimento delle forze produttive del lavoro e, in corrispondenza ad esso, di rapporti fra gli uomini ancora impacciati e ristretti entro i conbni del processo materiale di generazione della vita, quindi del processo fra loro stessi e fra loro e la natura. Tale impaccio reale si rispecchia idealmente nelle antiche religioni naturali e popolari. Il riflesso religioso del mondo reale può scomparire, in genere, soltanto quando i rapporti della vita pratica quotidiana presentano agli uomini giorno per giorno relazioni chiara'tnente razionali fra di loro e fra loro e la natura. La figura del processo vitale sociale, cioè del processo materiale di produzione, si toglie il suo mistico velo di nebbie soltanto quando sta, come prodotto di uomini li­ beramente uniti in società, sotto il loro controllo cosciente e con­ dotto secondo un piano. Tuttavia, affinché ciò avvenga, si richiede un fondamento materiale della società, ossia una serie di condi­ zioni materiali di esistenza che, a loro volta, sono il prodotto na­ turale originario della storia di uno svolgimento lungo e tor­ mentoso. Ora, l'economia politica ha certo analizzato, sia pure incomple­ tamente, il valore e la grandezza di valore, ed ha scoperto il con­ tenuto nascosto in queste forme. Ma non ha mai posto neppure il problema del perché quel contenuto assuma quella forma, e dunque del perché . il lavoro rappresenti se stesso nel valore, e la misura del lavoro mediante la sua durata temporale rappresenti se stessa nella grandezza di valore del prodotto del lavoro. Queste formule portan segnata in fronte la loro appartenenza a una for­ mazione sociale nella quale il _processo di produzione padroneggia gli uomini e l'uomo non padroneggia ancora il processo produttivo: ed esse valgono per la sua coscienza borghese come necessità na­ turale, ovvia quanto il lavoro produttivo stesso. Le forme pre­ borghesi dell'organismo sociale di produzione vengono quindi trat­ tate dall'economia politica press'a poco come le religioni precri­ stiane sono trattate dai padri della Chiesa. La noiosa e insipida contesa sulla funzione della natura nella

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formazione del valore di scambio dimostra, fra le altre cose, :fino a che punto una parte degli economisti sia ingannata dal feti­ cismo inerente al mondo delle merci, ossia dalla parvenza che le determinazioni sociali dd lavoro siano caratteri degli oggetti. Poiché il valore di scambio è una determinata maniera sociale di espri­ mere il lavoro applicato alle cose, non può contenere piu dementi naturali di quanti ne contenga per esempio il corso dei cambi. Poiché -la forma di merce è la forma piu generale e meno svi­ luppata della produzione borghese - ragion per la quale essa si presenta cosi presto, benché non ancora nel medesimo modo do­ minante, quindi caratteristico, di oggi - il suo carattere di fe­ tiCcio sembra ancor relativamente facile da penetrare. Ma in forme piu concrete scompare perfino questa parvenza di semplicità. Di dove vengono le illusioni del sistema monetario ? Questo sistema non ha visto che l'oro e l'argento, in quanto denaro, rappresen­ tano un rapportò sociale di produzione, ma li ha considerati nella forma di cose naturali dotate di strane qualità sociali. E l'eco­ nomia moderna, che sorride con molta distinzione guardando dal­ l'alto in basso il sistema monetario? Non diventa tangibile il suo feticismo, non appena tratta del capitale? Da quanto tempo è scomparsa l'illusione fisiocratica che la rendita fondiaria cresca dalla terra e non dalla società? Ma, per non fare anticipazioni, basti qui ancora un esempio relativo alla stessa forma di valore. Se le merci potessero parlare, direbbero : il nostro valore d'uso può interessare gli uomini. A noi, come cose, non compete. Ma quello che, come cose, ci compete, è il nostro valore. Questo lo dimostrano le nostre proprie relazioni come cose-merci. Noi ci riferiamo reciprocamente l'una all'altra sol­ tanto come valori di scambio. Si ascolti ora come l'economista parla con l'anima stessa della merce: « Valore (valore di scambio) è una qualità delle cose, la ricchezza (valore d'uso) dell'uomo. Va­ lore in questo senso implica necessariamente scambio; ricchezza,. no ». « La ricchezza (valore d'uso ) è l'attribùto dell'uomo, il va­ lore è l'attributo delle cose. Un uomo o una comunità è ricca; una perla o un diamante è di valore . .. Una perla o un diamante ha valore come perla o diamante ». Finora nessun chimico ha an­ cora scoperto valore di scambio in perle o diamanti. Gli scopri­ tori economici di questa sostanza chimica, i quali hanno pretese speciali di profondità critica, trovano però che il valore d'uso delle cose è indipendente dalle loro qualità di cose, mentre il loro va� !ore compete ad esse come cose. Quel che li conferma in ciò è la strana circostanza che il valore d'uso delle cose si realizza per l'uomo senza scambio, cioè nel rapporto immediato fra cosa e uomo; mentre il loro valore si realizza inversamente soltanto nello

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scambio, cioè in un processo sociale. Chi non ricorderà qui il buon

Dogberry, che ammaestra il guardiano notturno Seacoal : « Essere un uomo di bell'aspetto è un dono delle circostanze, ma saper leggere e scrivere viene per natura ». [Estratto da: Il Capitale, Roma, Editori Riuniti, 1970, vol. I,

pp. 103-115.]

6. Classe in sé e classe per sé Come gli economisti sono i rappresentanti scientifici della classe borghese, cosi i socialisti e i comunisti sono i teorici della classe proletaria. Finché il proletariato non si è ancora sufficientemente sviluppato per costituirsi in classe, e di conseguenza la stessa lotta del proletariato con la borghesia non ha ancora assunto un carattere politico, e finché le forze produttive non si sono ancora sufficien­ temente sviluppate in seno alla stessa borghesia, tanto da lasciar intravedere le condizioni materiali necessarie all'affrancamento del proletariato e alla formazione di una società nuova, questi teorici non sono che utopisti, i quali, per soddisfare i bisogni delle classi oppresse, improvvisano sistemi e rincorrono le chimere di una scienza rigeneratrice. Ma a misura che la storia progredisce e che con essa la lotta del proletariato si profila piu netta, essi non hanno piu bisogno di cercare la scienza nel loro spirito; devono solo rendersi conto di ciò che si svolge davanti ai loro occhi e farsene portavoce. Finché cercano la scienza e costruiscono solo dei sistemi, finché sono all'inizio della lotta, nella miseria non vedono che la miseria, senza scorgerne il lato rivoluzionario, so\rvertitore, che rovescerà la vecchia società. Ma quando questo lato viene scorto, la scienza prodotta dal movimento storico - e al quale si è associata con piena cognizione di causa - ha cessato di essere dottrinaria per divenire rivoluzionaria. [ . ] La grande industria raccoglie in un solo luogo una. folla di persone, sconosciute le une alle altre. La concorrenza le divide, quanto all'interesse. Ma il mantenimento del salario, questo inte­ resse comune che essi hanno contro il loro padrone, li unisce in uno stesso proposito di resistenza : coalizione. Cosi la coalizione ha sempre un duplice scopo, di far cessare la concorrenza degli operai tra loro, per poter fare una concorrenza generale al capita­ lista. Se il primo scopo della resistenza non è stato che il man­ tenimento dei salari, a misura che i capitalisti si uniscono a loro volta in un proposito di repressione, le coalizioni, dapprima isolate, si costituiscono in gruppi e, di fronte al capitale sempre unito, il mantenimento dell'associazione diviene per gli operai piu neces·

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sario ancora di quello del salario. Ciò è talmente vero, che gli eco­ nomisti inglesi rimangono stupiti a vedere come gli operai sacri­ fichino una buona parte del salario in favore delle associazioni che, agli occhi di questi economisti, non sono stabilite che in favore del salario. In questa lotta - vera guerra civile - si riuniscono e si sviluppano tutti gli elementi necessari a una battaglia che si prospetta nell'immediato futuro . Una volta giunta a questo punto, l'associazione acquista un carattere politico. Le condizioni economiche avevano dapprima trasformato la massa della popolazione del paese in lavoratori. La dominazione del capitale ha creato a questa massa una situazione comune, inte­ ressi comuni. Cosf questa massa è già una classe nei confronti del capitale, ma non ancora per se stessa. Nella lotta, della quale ab­ biamo segnalato solo alcune fasi, questa massa si riunisce, si co­ stituisce in classe per se stessa. Gli interessi che essa difende di­ ventano interessi di classe. Ma la lotta di classe contro classe è una lotta politica. Nella borghesia dobbiamo distinguere due fasi: quella durante la quale essa si costituf in classe sotto il regime della feudalità e della monarchia assoluta, e quella in cui, ormai costituitasi in classe, rovesciò la feudalità e la monarchia per fare della società una società borghese. La prima di queste fasi fu la piu lunga e richiese i piu grandi sforzi. Anche la borghesia aveva cominciato con coalizioni parziali contro i signori feudali. Si son fatte molte ricerche per descrivere le differenti fasi storiche che la borghesia ha percorso, dal comune fino alla sua costituzione come classe. Ma quando si tratta di rendersi esattamente conto degli scio­ peri, delle coalizioni e delle altre forme nelle quali i proletari realizzano davanti a! nostri occhi la loro organizzazione come classe, gli uni sono presi da un timore reale, gli altri ostentano uno sprezzo trascendentale. Una classe oppressa è la condizione vitale di ogni società fon­ data sull'antagonismo delle classi. L'affrancamento della classe op­ pressa implica dunque di necessità la creazione di una società nuova. Perché la classe oppressa possa affrancarsi, bisogna che le forze produttive già acquisite e i rapporti sociali esistenti non possano piu esistere le une a fianco degli altri. Di tutti gli strumenti di produzione, la piu grande forza produttiva è la classe rivoluzio­ naria stessa. L'organizzazione degli elementi rivoluzionari come classe suppone l'esistenza di tutte le forze produttive che potevano ge­ nerarsi nel seno della società antica. Ciò vuoi dire forse che dopo la caduta dell'antica società ci

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sarà una nuova dominazione di classe, riassumentesi in un nuovo potere politico? No. La condizione dell'affrancamento della classe lavoratrice è l'abo· lizione di tutte le classi, come la condizione dell'affrancamento del « terzo stato », dell'ordine borghese, fu l'abolizione di tutti gli stati 1 e di tutti gli ordini. . La classe lavoratrice sostituirà, nel corso del suo sviluppo, al­ l' antica società civile una associazione che escluderà le classi e il loro antagonismo, e non vi sarà piu potere politico propriamente detto, poiché il potere politico è precisamente il riassunto ufficiale dell'antagonismo nella società civile. Nell'attesa, l'antagonismo tra il proletariato e la borghesia è una lotta di classe contro classe, lotta che, portata alla sua piu alta espressione, è una rivoluzione totale. D'altronde, bisogna for· se stupirsi che una società, basata sull'opposizione delle classi, metta capo alla contraddizione brutale, a un urto di corpo contro corpo come sua ultima conclusione? Non si dica che il movimento sociale esclude il movimento po­ litico. Non vi è mai movimento politico che non sia sociale nello stesso tempo. È solo in un ordine di cose in cui non vi saranno piu classi né antagonismo di classi, che le evoluzioni sociali cesseranno d'es­ sere rivoluzioni politiche. Sino allora, alla vigilia di ciascuna tra­ sformazione generale della società, l'ultima parola della scienza so­ ciale sarà sempre :

Il combattimento o la morte; la lotta sanguinosa o il nulla. Cosi, inesorabilmente è posto il problema.

George Sand

[Estratto da: Miseria della filosofia: risposta alla filosofia della miseria del signor Proudhon, Roma, Editori Riuniti, 1967, pp. 106-107, 145-147.]

I contadini piccoli proprietari costituiscono una massa enorme, i cui membri vivono nella stessa situazione, tila senza essere uniti gli uni agli altri da relazioni molteplici. Il loro modo di produ­ zione, anziché stabilire tra di loro dei rapporti reciproci, li isola gli uni dagli altri. Questo isolamento è aggravato dai cattivi mezzi l Stati qui nel significato storico di stati dello Stato feudale. Stati con privilegi determinati e limitati: La rivoluzione della borghesia aboH gli stati insieme ai loro privilegi. La società borghese conosce soltanto piu classi. La designazione del proletariato quale « quarto stato » era perciò in asso­ luta contraddizione con la storia. [Nota di Engels per l'edizione tedesca

del 1885].

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di comunicazione della Francia e dalla povertà dei contadini stessi. Il loro campo di produzione, il piccolo appezzamento di terreno, non consente nessuna divisione di lavoro nella sua coltivazione, nes­ suna applicazione di procedimenti scientifici, e quindi nessuna va­ rietà di sviluppo, nessuna diversità di talenti, nessuna ricchezza di rapporti sociali. Ogni singola famiglia contadina è quasi sufficiente a se stessa, produce essa stessa direttamente la maggior parte di ciò che consuma, e guadagna quindi i suoi mezzi di sussistenza piu nello scambio con la natura che nel commercio con la società. Un piccolo appezzamento di terreno, il contadino e la sua fami­ glia; un po' piu in là un altro piccolo appezzamento di terreno, un altro contadino e un'altra famiglia. Alcune decine di queste fami­ glie costituiscono un villaggio e alcune decine di villaggi un di­ partimento. Cosi la grande massa della nazione francese si forma con una semplice somma di grandezze identiche, allo stesso modo che un sacco di patate risulta dalle patate che sono in un sacco. Nella misura in cui milioni di famiglie vivono in condizioni eco­ nomiche tali che distinguono il loro modo di vita, i loro interessi e la loro cultura da quelli di altre classi e li contrappongono ad esse in modo ostile, esse formano una classe. Ma nella misura in cui tra i contadini piccoli proprietari esistono soltanto dei legami locali, e la identità dei loro interessi non crea tra di loro una co­ munità, una unione politica su scala nazionale e una organizzazione politica, essi non costituiscono una classe. Essi sono quindi inca­ paci di far valere i loro interessi nel loro proprio nome, sia attra­ verso un Parlamento, sia attraverso una Convenzione. Essi non possono rappresentare se stessi; essi debbono farsi rappresentare. Il loro rappresentante deve in pari tempo apparir loro come il loro padrone, come un'autorità che si impone loro, come _un potere go­ vernativo illimitato, che li difende dalle altre classi e distribuisce loro dall'alto il sole e la pioggia. L'influenza politica del contadino piccolo proprietario trova quindi la sua ultima espressione nel fatto che il potere esecutivo subordina a se stesso la società. [Estratto da: Il diciotto brumaio di Luigi Bonaparte, Mosca, Edizioni in lingue estere, 1947, pp. 133-135.]

7. La dittatura del proletariato Mentre cosi l'utopia, il socialismo dottrinario, il quale subordina il movimento complessivo a uno solo dei suoi momenti, al posto della produzione sociale comune mette l'attività cerebrale del sin­ golo pedante, e soprattutto fantastica di eliminare la lotta rivolu-

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zionaria delle classi e le sue necessità mediante piccoli artifici ·O grandi sentimentalismi; mentre questo socialismo dottrinario, il quale in fondo non fa che idealizzare la società attuale, ne accoglie un'immagine senz'ombra e vuole attuare il proprio ideale contro la realtà di essa; mentre questo socialismo viene abbandonato dal proletariato alla piccola borghesia; mentre la lotta dei diversi capi socialisti tra di loro rivela che ciascuno dei cosiddetti sistemi non è altro che la pretenziosa sottolineatura di uno dei punti della tra­ sformazione sociale a preferenza degli altri 1 ; il proletario va sem­ pre piu raggruppandosi intorno al socialismo rivoluzionario, al co­ munismo, pel quale la borghesia stessa ha inventato il nome di Blanqui. Questo socialismo è la dichiarazione della rivoluzione in permanenza, la dittatura di classe del proletariato, quale punto di passaggio necessario per l'abolizione delle differenze di classe in ge­ nerale, per l'abolizione di tutti i rapporti di produzione su cui esse riposano, per l'abolizione di tutte le relazioni sociali che corrispon­ dono a questi rapporti di produzione, per il sovvertimento di tutte le idee che germogliano da queste relazioni sociali. [Estratto da: Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, Roma, Edi­ tori Riuniti, 1970, pp. 268-269. ]

La Comune era composta dai consiglieri della città eletti nei varii circondari di Parigi con suffragio universale. Erano respon­ sabili e potevano essere licenziati in qualunque tempo. La loro maggioranza consisteva naturalmente di operai o di rappresentanti riconosciuti della classe operaia. La Comune non doveva essere una corporazione parlamentare, ma operaia, esecutiva e legislativa nel tempo stesso. La polizia, finora strumento del governo di Stato, fu spogliata immediatamente di tutte le sue attribuzioni politiche e trasformata nello strumento responsabile e sempre revocabile della Comune. Cosf pure gli impiegati di tutti gli altri rami dell'ammini­ strazione. Dai membri della Comune in giu, doveva essere curato il servizio pubblico per la mercede agli operai. I diritti acquisiti e i compensi di 'rappresentanza dei grandi dignitari dello Stato scom­ parvero con questi dignitari stessi. Le cariche pubbliche finirono d'essere proprietà privata dei manovali del governo centrale. Non solamente l'amministrazione cittadina, ma anche tutta l'iniziativa fino ad ora esercitata dallo Stato, fu messa nelle mani della Comune. l Essi sottolineano, per esempio, il momento del lavoro associato, o il momento della distribuzione del prodotto sociale, o il momento dell'elimina­ zione della concorrenza, ecc., tutti momenti che non possono cioè esser visti in contrapposizione l'uno all'altro, in modo astratto, ma nel contesto del movimento reale della classe operaia nella lotta per il socialismo.

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Messe ora fuori di combattimento la milizia stabile e la polizia, congegni della forza materiale dell'antico governo, la Comune s'av­ viò immediatamente a rompere anche lo strumento spirituale d'op· pressione, la potenza del prete; decretò lo scioglimento e l'espropria­ zione di tutte le chiese, in quanto erano corporazioni pos.sidenti. I preti furono rinviati alla quiete della vita privata, per alimen­ tarsi d'ora in poi, secondo l'esempio dei loro predecessori, gli apo­ stoli, dell'elemosina de' credenti. Tutti gli istituti d'istruzione fu­ rono aperti al popolo gratuitamente e nel tempo stesso liberati da ogni inframettenza dello Stato e della Chiesa. Con ciò non solo si rese accessibile a tutti l'istruzione scolastica, ma si liberò la scienza per se stessa dalle pastoie impostele dal pregiudizio di classe e dal potere del governo. Gli impiegati giudiziari perdettero quella apparente indipendenza, che non aveva servito ad altro che a coprire la loro umile devo­ zione a tutti i governi, a ognuno dei quali essi avevano, secondo a · grado, giurata, e quindi spergiurata, fedeltà. Come tutti gli altri pubblici servitori, dovevano anch'essi venir eletti, erano responsabili e amovibili . La Comune di Parigi doveva naturalmente servir di modello a tutti i grandi centri industriali della Francia. Appena introdotto l'ordine comunale degli affari a Parigi e ne' centri di second'ordine, il vecchio governo d'accentramento avrebbe dovuto cedere anche nelle provincie al governo autonomo de' producenti. In un breve schizzo dell'organizzazione nazionale che la Comune non ebbe il tempo di elaborare piu ampiamente, è detto espressamente che la Comune è la forma politica anche del piu piccolo villaggio e che l'esercito stabile deve venir sostituito nei paesi da una milizia po­ polare con un turno di servizio breve fino al possibile. I comuni rurali di ogni circondario dovevano amministrare i loro affari co­ muni per mezzo di un'adunanza di deputati nel capoluogo del cir­ condario, e queste adunanze di circondario dovevano poi mandare altri deputati alla delegazione nazionale a Parigi; i deputati dove­ vano essere in ogni tempo amovibili e obbligati alle istruzioni pre­ cise de' loro elettori. Le poche, ma importanti funzioni, che rimanevano ancora in piedi per un governo centrale, non dovevano affatto, come è stato detto in mala fede, venir abolite, ma trasferite a impiegati comu­ nali, vale a dire strettamente responsabili . L'unità della nazione non doveva per nulla essere infranta, ma, per lo contrario, organiz­ zata dalla costituzione comunale; essa doveva diventare realtà con l'annientamento di quel potere di Stato che si spacciava per rap­ presentante autentico di questa unità, ma che voleva rimanere in­ dipendente e superiore di fronte alla nazione, sul cui organismo

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esso non era che un'escrescenza parassitaria. Mentre si riusd a re­ cidere gli organi oppressori dell'antico potere del governo, le sue funzioni legittime dovevano esser sottratte a un potere il quale aspirava a sopraffare la società, ed essere restituite ai servitori re­ sponsabili della società. Invece di decidere una sola volta in tre o in sei anni quale membro della classe dominante dovesse rappre­ sentare e opprimere il popolo nel Parlamento, il diritto di voto universale doveva servire al popolo costituito in comuni, come il diritto di scelta i�dividuale serve ad ogni altro distributore di la­ voro per scegliersi operai, direttori, contabili nella propria azienda . Ed è abbastanza risaputo che tanto le società, quanto gli individui sanno trovare abitualmente per i propri interessi reali il loro uomo; e che, nel caso che si siano ingannati, sanno ben presto porvi ri­ medio. D'altro canto però, niente poteva essere piu estraneo allo spirito della Comune che il sostituire il suffragio universale con l'investitura gerarchica. [ . ] La Comune fece una verità della parola d'ordine di tutte le rivoluzioni borghesi « governo a buon mercato » sopprimendo tutte . e due le fonti principali delle spese, esercito e burocrazia. La sua semplice esistenza presupponeva la inesistenza della monarchia, la quale, almeno in Europa, è la zavorra regolare e l'indispensabile mantello copritore del dominio di classe. Essa procurò alla repub­ blica la base di istituti realmente democratici. Ma né il « governo a buon mercato » né la

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